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Vorreste iscrivervi alla mia newsletter?

Passo di qui per una comunicazione volante, anzi, due: la prima è che ho creato una newsletter e la seconda è che sto (lentamente) ristrutturando il sito, per cui prima o poi lo troverete nuovo e scintillante. Spoiler del sito che verrà:

La notizia di oggi, però, riguarda il modo di comunicare.

A me piace scrivere, riflettere e condividere quello che faccio-scopro-leggo-studio attraverso le parole. Parole che hanno bisogno del loro tempo dedicato, non assaggiate di fretta tra una foto e l’altra nella frenesia dei social network. 

Regalarvi (e regalarmi) un tempo di qualità con queste lettere è il mio obiettivo. Vedremo se ne sarò capace.

Come funziona? Manderò una mail il 7, 14, 21 e 28 di ogni mese (infatti, l’ho chiamata “la tabellina del sette”) con una storia o un approfondimento che, spero, valga la pena di leggere. Se volete riceverle, iscrivetevi qui sotto: la prima parte domani.

A presto, state bene!

foraging, incontri

Passeggiate botaniche a Cassano d’Adda!

Sono decisamente emozionata nel comunicarvi una ripresa delle attività, seppur parziale e timida.

Come sapete, ho annullato tutti i corsi di cucina e di botanica a partire dal 23 febbraio. Ho preferito non spostarmi sulle piattaforme online (finché potrò evitarle, lo farò) e spero presto di poter tornare a cucinare in mezzo a voi, con il profumo di soffritto nell’aria e il grembiule ben stretto in vita. Al momento non posso fare pronostici, ma tengo le dita incrociate e continuo a sperimentare nuove ricette.

Nell’ultima Ordinanza della Regione Lombardia, però, c’è qualcosa che ha attirato la mia attenzione e mi ha fatto esplodere il cuore. Sono autorizzata a guidare piccoli gruppi in passeggiate botaniche all’aperto, ovviamente con le dovute precauzioni. Ho chiesto sui social se qualcuno fosse interessato, e la risposta è stata molto positiva. Detto, fatto!

Elegantissima durante la raccolta del sambuco – effetti collaterali post Covid-19

La proposta

Metto a disposizione le mie conoscenze botaniche, particolarmente focalizzate sulle erbe selvatiche commestibili (argomento trattato nella mia tesi di laurea triennale e divenuto poi oggetto di numerosi workshop, corsi, conferenze e scritti di varia natura) per nutrire la mente dopo gli ultimi tre mesi passati tra le mura domestiche.

Vi propongo di camminare con me vicino ai corsi d’acqua del paese dove vivo, Cassano d’Adda, una meta facilmente raggiungibile da Milano anche con i mezzi pubblici e una terra ricchissima di biodiversità.

Vi presenterò foglie e fiori non solo per utilizzarli in cucina, ma soprattutto per rimanerne affascinati.

Vi aspetto ogni pomeriggio per una bella passeggiata, la costruzione di un erbario, la storia delle erbe che incontreremo, come raccogliere, quando non farlo: tutto quello che avreste sempre voluto sapere su quelle piantine che vi accompagnano ogni giorno della vostra vita (ma che ancora non sapete riconoscere).

Inizia il 3 giugno l’appuntamento per chi non ne sa niente di fitoalimurgia e botanica. La quota di iscrizione è pari a 25€ e comprende: tre ore di corso all’aperto per massimo 4 persone + dispensa con le schede delle principali specie lombarde e una raccolta di ricette + una piccola sorpresa per godervi la gita fuori porta + fattura (ovviamente).

Aiuole Fast Food è stato il mio primo ricettario, un’avventura che mi ha aperto le porte su un mondo meraviglioso: le autoproduzioni.

Una piccola precisazione sul prezzo. Se potessi, farei queste passeggiate gratis: dopo quello che abbiamo vissuto, un po’ di svago costruttivo, in compagnia ma in sicurezza, è più che necessario. La situazione economica è tutto fuorché serena e non voglio gravare sulle tasche di nessuno, ma al tempo stesso questo è il mio lavoro e provengo da uno stop forzato di tre mesi. 25€ per tre ore di corso (con dispensa) è la cifra più bassa che io possa chiedere. Confido nella vostra comprensione e spero di avervi al mio fianco in queste passeggiate. Se volete aiutarmi, passate parola.

Come prenotare?

Io sono a disposizione tutti i pomeriggi (anche la mattina nel weekend) a partire dal 3 giugno. I gruppi saranno formati da un massimo di quattro persone e potremo decidere l’orario in base alle esigenze della combriccola: di base propongo dalle 15:30 alle 18:30, ma sono flessibile e aperta a ogni variazione. Chiaramente, se vi organizzate già con amici o familiari, è più semplice per me e per voi.

Per prenotarvi basta scrivermi una mail a bettitaglietti@gmail.com con oggetto “iscrizione aiuole”. Specificate che giorno vorreste prenotare, grazie!

Il calendario qui sotto verrà costantemente aggiornato con le date già occupate e gli orari scelti!

https://calendar.google.com/calendar/embed?src=bettitaglietti%40gmail.com&ctz=Europe%2FRome
quick & easy, ricette, secondi

Pancakes del lockdown

Tra le ricette che si sono rivelate più utili in questo periodo, ci sono sicuramente loro: i miei amati pancakes di piselli. Già riproposti altre volte con lo tzaziki o con un paté di pomodori secchi, sono un piatto che mi accompagna da sempre e che trovo estremamente versatile.

Vi racconto com’è andata. Tempo di quarantena, tempo di spese contingentate, tempo di grande oculatezza in cucina. Siamo in un lunedì sera della primavera 2020, so che è lunedì solo perché il carico di verdura ordinato con il G.A.S. arriverà il martedì. La penuria parla. Nel frigo giacciono una carota e una manciata di foglie di cicoria, in freezer i piselli e dei frutti di bosco surgelati (inutili alla realizzazione della ricetta, ma è più un ritrovo tra reduci, che una performance gourmet), in dispensa una cipolla, la farina e del latte vegetale. La strada è illuminata a chiare lettere, la tahina non manca, siamo pronti a partire.

Svuotafrigo pretenzioso

Cosa serve (per 2 persone):

  • 230 g di piselli surgelati
  • 100 g di farina integrale
  • 200 ml di latte vegetale o acqua
  • 1/2 cucchiaino di bicarbonato
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 3 cucchiai di olio evo
  • verdure agonizzanti in frigo (carota e cicoria per me)
  • cipolla marinata in acqua e aceto o acidulato di umeboshi
  • 1 cucchiaio di tahina
  • 1 cucchiaino di acidulato di umeboshi (o succo di limone/aceto+sale)

Come si fa:

Per prima cosa, se desiderate usare la cipolla, tagliatela a spicchi sottili e mettetela a marinare in acqua e aceto o acqua e acidulato di umeboshi. Io vado a caso con le dosi, e la lascio marinare tutto il giorno. Potete anche semplicemente saltarla in padella con un filo d’olio e un goccio di aceto, se non avete tempo.

Lessate i piselli e scolateli. Frullateli con il latte (o l’acqua) e l’olio. Aggiungete la farina, il sale e il bicarbonato e mescolate con una frusta. Le dosi possono variare a seconda degli ingredienti, ma la regola di base è che il composto deve essere piuttosto denso. Potete cuocerne uno solo per vedere se il risultato vi soddisfa. Scaldate bene una buona padella antiaderente, quando è molto calda versare un mestolino di impasto alla volta per formare i pancakes. Quando si formano le bollicine in superficie (dopo circa 2-3 minuti), girateli con una paletta e cuoceteli per uno-due minuti dall’altro lato. Teneteli in caldo.

Se la vostra padella non dovesse essere abbastanza antiaderente, tenete a portata di mano un piattino con un goccio di olio e un quadrato di carta da cucina, e ungete il fondo tra un pancakes e l’altro.

Nel frattempo, tagliate le carote a nastri, lavate le cicorie e preparate la divina salsa preferita: il ta-ume (tahin-umeboshi). In una ciotolina, mescolate un cucchiaio di tahina con un cucchiaino di acidulato di umeboshi, quindi aggiungete, poco alla volta, un pochino di acqua per renderla fluida quanto volete. Questa salsa io la uso per tutto: verdure crude, verdure cotte, insalate, insalatone, risi bolliti, pancakes, ma soprattutto asparagi! Attenzione, può dare dipendenza.

Servite! Impilate i vostri pancakes caldi, aggiungete la salsa ta-ume, le verdurine e, se vi sentite chic, qualche immotivato elemento colorato come i frutti rossi surgelati.

Mangiate sognando il frigo pieno dell’indomani.

Mood spring 2020
dolci, forneria, ricette

Un banana bread senza peccato

Che il nostro consumo eccessivo di zucchero sia un problema, ormai è noto anche ai sassi e no, non è per una questione di calorie, quelle non sono mai state un problema (almeno per la branca di nutrizione che studio). Intendiamoci, quando dico zucchero, parlo di tutta la categoria: bianco, di canna integrale, di canna raffinato, sciroppo d’acero, succo d’agave, malto, sciroppo di riso e, pensa un po’, anche lo zucchero di fiori di cocco, ultima frontiera del capitalismo del benessere. La risposta insulinica tra un tipo di zucchero e un altro può cambiare di poco, ma questo non ne giustifica l’utilizzo, anche perché esistono diversi modi di aggirare il problema – basta conoscerli. Detto questo, se volete preparare una torta con lo zucchero, una volta ogni tanto, non c’è nulla di male (e la mia scelta ricade solo sul Mascobado di Altromercato). Una torta per celebrare un’occasione particolare, se non si hanno patologie pregresse, non è un dramma. Il punto è quantificare ogni quanto andiamo a confortarci con qualcosa di ingiustificatamente dolce.

Facciamo un esercizio.

Quanto zucchero consumate al giorno? Potete calcolarlo voi stessi. Se mangiate biscotti, merendine, cioccolato, marmellata, bevande vegetali dolcificate o prodotti confezionati, trovate sull’etichetta nutrizionale la cifra che state cercando, alla voce carboidrati – di cui zuccheri (fatti e finiti). Stesso discorso per chi beve le bevande come bibite e succhi di frutta. Se dolcificate caffè, tè o tisane, vi basti pensare che un cucchiaino equivale tra i 5 e i 10 g di zucchero. Avete ottenuto un buon risultato? Per scoprirlo, dovete sapere che la quantità massima giornaliera di zucchero da non superare sono 25 g. Già in panico, dopo che nell’ultima torta ne avete messi 200 g? No problem, questo dolce arriva proprio per aiutarvi!

So che le tendenze delle influencer sui bananabread prevedono l’utilizzo di una banana tagliata in due in superficie, ma io ne avevo solo due. Salva anche stavolta dall’omologazione, seppur per vie traverse.

BANANA BREAD SENZA ZUCCHERO

La ricetta è una rivisitazione del dolce di Romina Coppola che trovate a questo indirizzo. Ho sostituito il malto con un frullato a base di uvetta idratata in latte di miglio, ma potete usare qualsiasi bevanda vegetale abbiate in casa. Certo, se è naturalmente dolce come il latte di cereali (e quindi riso, farro, avena, miglio o sorgo), la torta sarà più gustosa. Io ho usato cioccolato fondente all’80%, il che significa che un pochino di zuccheri li contiene: se preferite, potete optare per altra uvetta e tenerlo 100% sugar free.

Cosa serve:

  • 250 g farina integrale
  • 50 g farina di grano saraceno
  • 30 g farina di castagne
  • 15 g di cremor tartaro (o lievito per dolci)
  • 100 g di cioccolato fondente all’80%
  • 6 noci
  • un cucchiaino di cannella in polvere
  • un pizzico di sale
  • 2 banane molto mature (più sono nere, migliore sarà il risultato)
  • 60 ml di olio di semi di girasole spremuto a freddo
  • 90 g di uvetta ammollata in 60 ml latte di miglio per 30 minuti
  • 150 ml di latte di miglio o altra bevanda di cereali

Come si fa:

In una terrina riunite le farine – avendo cura di setacciare la farina di castagne (tende a fare grumi), il cremor tartaro, il sale e le spezie. Con l’ausilio di un buon coltello, riducete il cioccolato a scaglie e le noci a pezzetti, quindi aggiungetele alle farine. Mescolate.

In un frullatore tipo blender o nel bicchiere del minipimer, frullate l’uvetta con il latte. L’ammollo serve a rendere l’uvetta più morbida e lavorabile, il che è prezioso soprattutto per chi non possiede un superfrullatore (tipo me!). Quando avrete ottenuto una crema, aggiungete le banane a pezzetti, il restante latte vegetale e l’olio di semi. Frullate fino a ottenere una crema liscia e versate il composto nella terrina delle farine.

Mescolate in modo sommario con un cucchiaio o una spatola: non stressate l’impasto con fruste o planetarie o rischierete di trasformare il vostro soffice dolce in una mattonella gommosa. Questo trucco vale per tutti i dolci che lievitano in forno, come muffin e pandispagna, ma non vale per una lievitazione lenta come, per esempio, quella dei kanelbullar: qui l’impasto dovrete lavorarlo finché non vi si staccano le braccia. Ma voi, saggiamente, avete scelto il pigro banana bread.

Versate l’impasto in uno stampo da plumcake da 25 cm oliato e infarinato oppure rivestito di carta da forno piegata con cura negli angoli, e infornate a 180° per 35-40 minuti, facendo la prova stecchino (deve uscire asciutto).

Il giorno dopo è ancora meglio. E mi raccomando:

primi, ricette

Turbanti con asparagi e panna di mandorle

Quando penso alla semplicità di un piatto di pasta cerco di non dimenticare quanta fatica mi sia costata all’inizio. Ho iniziato a cucinare alle elementari e già alle medie spesso mi preparavo il pranzo (roba precotta o surgelata, mica masterchef). Fare la pasta era un’impresa titanica. Ne ero quasi terrorizzata. Quanta acqua mettere, quanto sale, l’ossessione per il tempo di cottura e contare i minuti all’orologio della cucina, il terrore di usare lo scolapasta senza ustionarsi o lanciare pasta in giro per il lavello… La fatica poi veniva rigorosamente condita con sughi pronti o un filo d’olio – quindi nemmeno la gloria della polpa che ribolle in un padellino.

La stessa ansia da prestazione l’ho provata quando ho approcciato le verdure. Tagliare un cavolfiore? Roba da scienziati. Per dividere in due un melone avevo bisogno degli astri propizi e per pulire un mazzo di asparagi la benedizione telefonica di mia nonna. Vuoi per indole, vuoi perché in casa mia non è che si cucinasse proprio – tuttalpiù si scaldava, si assemblava, si aprivano buste, pacchetti e scatolini contenenti cibo più o meno pronto – io non è che fossi proprio a mio agio con l’idea di improvvisare una ricetta.

Eppure questo è quello che cerco di trasmettere oggi, attraverso i corsi di cucina, i miei post sui social e questo blog dimenticato. Farsi da mangiare è molto più semplice di quello che sembra. Una volta compreso quello deve succedere perché il piatto sia pronto, tutto viene da sé e si può partire con la fantasia. Una pasta con le verdure è quanto di più banale si possa preparare, anche se la Betti bambina avrebbe qualcosa da dire in merito. Per questo motivo mi sembra inutile e ridondante scrivere questa ricetta, tuttavia è uno spunto per utilizzare la panna di mandorle autoprodotta e per conoscere spezie nuove.

TURBANTI CON ASPARAGI AI DUE PEPI

Cucinare è un atto politico, e scelgo accuratamente chi finanziare. Per questa ricetta ho acquistato i turbanti di Libera Terra, a base di grano coltivato sulle terre liberate dalle mafie. In abbinamento con gli asparagi ho scelto due delle mie bacche preferite, il pepe rosa e il pepe cubebe (milanesi all’ascolto, i miei acquisti li faccio da Kathay al piano inferiore). Conservo le spezie in vasetti di vetro in cassetti al riparo dalla luce e dal calore, e le frantumo al momento con un mortaio, per avere il massimo dell’aroma.

Scusate ma non credo nell’illuminazione casalinga, mi piacciono le luci soffuse e le foto incomprensibili

Cosa serve (per 2):

  • 160 g di turbanti (le dosi non sono realistiche, tutti sanno che io mangio minimo 100 g di pasta a porzione)
  • 250 g di asparagi
  • 150 g di piselli freschi o surgelati
  • mezza cipolla o un cipollotto
  • qualche cucchiaio di panna di mandorle autoprodotta
  • mezzo cucchiaino di pepe rosa (non in salamoia) + mezzo cucchiaino di pepe cubebe [se non le avete, sostituitele con pepe nero appena macinato e scorza di limone non trattato]
  • olio buono e sale

Come si fa:

Mettete a bollire l’acqua per la pasta. Nel frattempo tagliate la cipolla a fettine sottili, seguendo le nervature (parallelamente all’asse radice-apice) e ponetele in padella con un goccio d’olio. Accendete il fuoco a fiamma medio-bassa.

Mentre soffriggono dolcemente, mondate gli asparagi. Tagliate l’ultimo centimetro e usate il pelapatate per eliminare la parte più esterna del fondo, quella bianca: in questo modo non dovrete scartarla ma non risulterà troppo legnosa. Tagliate gli asparagi a rondelle partendo dal fondo: fate pezzetti sottili dove l’asparago è più duro, e permettetevi tagli più irregolari man mano che si va verso la punta. Conservate le punte a parte, se volete fare un buon lavoro.

Aggiungete i piselli surgelati alla cipolla quando questa è rosolata, e dopo un paio di minuti unite anche gli asparagi (senza le punte). Aggiungete qualche cucchiaio di acqua di cottura, regolate di sale e cuocete a fiamma vivace per cinque minuti, quindi unite le punte.

Nel frattempo cuocete la pasta. Quando le verdure sono cotte ma ancora croccanti spegnete.

A fine cottura versate qualche cucchiaio di panna di mandorle, aggiungete la pasta e saltate per un paio di minuti facendo le mosse da chef. Macinate i pepi. Servite cospargendo di polvere profumata e sporcate qua e là con gocce di panna fresca.

Ah, chiaramente, non monta: per quello avete bisogno di grassi saturi e, quindi, di latte di cocco.

Sogno anche io una cucina come quella di Julia Child. Se non sapete di cosa sto parlando leggete qui o qui
autoproduzioni, quick & easy, raw, ricette

Un armadio pieno di mandorle – ricetta per la panna

Seconda puntata

La prima puntata sul perché ho accumulato un discreto tesoretto di mandorle la trovate qui.

Rieccoci! Dicevamo del latte, che poi ci lascia con una discreta quantità di polpa di mandorla – ma ora che avete studiato sapete che si chiama okara. Cosa farne? Richiamo alla memoria le regole fondamentali del nostro club.

Prima regola della cucina sostenibile: non si butta niente. Seconda regola della cucina sostenibile: non sempre va esplicitato cosa abbiamo usato e dove (vedi certe mie recenti tendenze a sfornare torte paesane che raccattano un po’ tutto quello che è avanzato in frigo. Ma ci arriveremo passo passo, che vi sento già turbati).

Okara di mandorle, che farne? Le scelte sono svariate. Considerate che si presenta come una farina di mandorle più o meno asciutta a seconda di quanta forza sovrumana avete adoperato nel fare il latte. Potete usarla fresca nell’impasto di torte, muffin, crackers e crostate; potete aggiungerla nelle polpette e negli sformati; o potete farne una crema pannosa, che poi è quello che ho fatto io. Potete anche essiccarla e conservarla in dispensa per i tempi futuri. Dato che siamo in quarantena, non prendo in considerazione l’ultima opzione e, anche se lavoro tutto il giorno, la cucina rimane una gran bella distrazione.

PANNA DI MANDORLE

Non immaginatevi una panna leggera come quella che si compra nei supermercati biologici: questa è corposa e ricca di fibre (stiamo proprio riciclando quelle!), ma comunque voluttuosa. Io la uso come topping per porridge o pancakes, o per legare una pasta con le verdure. Ne basta poca!

Porridge di avena con panna di mandorle e frutti di bosco surgelati AKA gattino che dorme nel prato

Cosa serve:

  • okara di mandorle
  • una manciata di mandorle ammollate in acqua per 12 ore (rendono il risultato più cremoso)
  • un pizzico di sale
  • acqua qb

Come si fa:

In un frullatore tipo blender versate le mandorle, l’okara, il sale e l’acqua necessaria a far funzionare le lame (cioè poca, la aggiungerete man mano). Che acqua usare? Va benissimo quella dell’ammollo o del rubinetto.

Frullate per almeno un paio di minuti, aggiungendo acqua man mano fino a che non avrete raggiunto una densità che vi soddisfi. Assaggiate, toccate la consistenza (a motore spento, chiaramente, ci manca solo che finiate al pronto soccorso per colpa mia) e capirete da soli quanto la volete spessa.

Versatela in un barattolo ermetico (do per scontato che anche voi abbiate interi armadietti dedicati al culto del vetro riciclato) e conservatela in frigorifero. Tenderà a separarsi: la parte più pannosa in superficie e quella più liquida sul fondo. Agitatela se volete ripristinare l’emulsione, o godetevi questo divorzio e sfruttatelo a vostro vantaggio.

Tana di vetri, una delle tante

Torno presto a deliziare il vostro tirocinio in cucina. State bene!

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Un armadio pieno di mandorle – ricetta per il latte

Prima puntata

Doverosa premessa: ci voleva il coronavirus per farmi scrivere delle ricette sul sul blog. Dunque, dovete sapere che poco tempo fa il Gruppo d’Acquisto Solidale di cui faccio parte ha proposto un ordine di mandorle biologiche pugliesi. Io sono ghiotta di frutta secca e semi oleosi, anche perché sono una fonte importantissima di nutrienti essenziali, infatti dovremmo mangiarne 30 g al giorno. Io li uso in mille modi, ma fatico a trovarne di buona qualità e a prezzi competitivi (tanto per chiarirci, nel supermercato vicino a casa vendono le mandorle a oltre 23 €/kg, non biologiche – una rapina) per cui attendo sempre con ansia momenti del genere. C’è chi aspetta il black friday e chi vibra al pensiero del prossimo ordine di olio coratina. Morale: ho comprato quasi 10 kg di mandorle, nell’ilarità generale.

Ridevano tutti delle mie provviste da scoiattolina alle porte dell’inverno, poi è arrivato il Covid-19 e improvvisamente stipare la dispensa con chilogrammi di vettovaglie è diventato normale, anzi, una moda. Anche stavolta una Bettitaglietti in anticipo sui tempi. Mi permetto di sottolineare una differenza, per quando tutto questo sarà finito: io non faccio scorta di prodotti in vendita nella grande distribuzione organizzata, dei quali i rifornimenti sono assicurati sempre e comunque. Anzi, non li compro nemmeno. La penne nei pacchi blu, lisce o rigate che siano, non le acquisto da che ho una coscienza politica. Abbiamo scoperto che siamo capaci di ammassare in casa venti confezioni di pasta? Benissimo: iscriviamoci a un G.A.S. e iniziamo a comportarci da consumatori consapevoli, che pagano i produttori e non un sistema che non funziona.

Parlavamo di mandorle, però, e di tutto quello che possiamo farci in giorni come questi, quando la cucina diventa evasione e salvezza. Potremmo scoprire che fare il latte in casa è semplice e ci permette di evitare le confezioni di tetrapak, che sono certamente pratiche e riciclabili, ma sempre di rifiuti si tratta. Abbiamo il tempo per scoprire delle piccole autoproduzioni: approfittiamone.

LATTE DI MANDORLE

Fare il latte di mandorle è semplice: basta metterle a bagno in acqua fredda, frullare e filtrare. Se avete un estrattore, ancora meglio, perché fa tutto lui.

Un cappuccino con la cannella e passa la paura

Cosa serve:

  • 100 g di mandorle pelate
  • 400 ml di acqua
  • un pizzico di sale
  • un dattero denocciolato se vi piacciono le cose dolcine

Come si fa:

Mettete le mandorle in ammollo con acqua e sale (e dattero, eventualmente) per 12 ore. Il rapporto per ottenere un buon latte va da 1:3 a 1:5, ossia una parte di frutta secca per tre, quattro o cinque parti di acqua. Se mettete più acqua verrà troppo diluito, se ne usate di meno costerà troppo e mi verrete a cercare. Se avete le mandorle non pelate, sbucciatele dopo l’ammollo (eventualmente cambiate l’acqua). Se vi aiutate con un telo da cucina è semplice: mettete le mandorle su una metà e frizionatele con l’altra metà del telo, come se fosse chiuso a libro. Se non ci riuscite, ricordatevi che avete il pollice opponibile.

[FRULLATORE] Versate tutto nel boccale di un frullatore e frullate per due minuti alla massima velocità, quindi filtrate il latte ottenuto separando la polpa (in gergo chiamata okara) con un colino a maglia fitta o in un quadrato di stoffa bianca pulita (ideali sono uno scampolo di lino o cotone, sciacquati benissimo da ogni residuo di detersivo – io li faccio addirittura bollire ma forse esagero). Strizzate bene per ottenere quanto più latte possibile. PS se fate riposare il latte un’ora in frigorifero prima di filtrarlo, otterrete un latte più ricco.

[ESTRATTORE] Versate tutto in un estrattore, avendo l’accortezza di chiudere la bocchetta di scarico, in modo che l’acqua possa lavorare al meglio con le mandorle. Aprite la bocchetta et voilà! Pronto.

Si conserva 4 giorni in frigorifero, ma lo sapete meglio di me che finirà in 24 ore al massimo. Non buttate l’okara, che torna sempre utile dentro un biscotto o una polpetta e attendete la prossima puntata dei miei deliri alla mandorla.

PS per fare la schiuma da cappuccino senza la macchina apposita, usate il minipimer: fate su e giù nel pentolino incorporando aria, e datevi un tono su Instagram.

Una vita difficile.

Ci vediamo tra qualche giorno per la seconda puntata!

foraging

Annullato il corso sulle erbe spontanee con il WWF – nuovi appuntamenti

Sono settimane difficili, inutile negarlo. In seguito all’emergenza coronavirus e alle disposizioni di Regione Lombardia, vi comunico con tanto dispiacere che il corso Storie di Erbe, in programma nel mese di marzo a San Giuliano Milanese, è stato annullato.

Che fare? I prati si stanno risvegliando, l’aglio orsino è già pronto per essere raccolto, questa primavera va affrontata a testa china sui prati e non c’è tempo da perdere. Per chi fosse interessato ad approfondimenti sulle erbe selvatiche, su come riconoscerle e utilizzarle in cucina, segnalo i prossimi appuntamenti. Alcuni erano già in programma, altri sono una conseguenza dell’improvviso marzo libero.

Aiuole fast food – passeggiate botaniche per negati

Aiuole Fast Food è stato il mio primo ricettario, un’avventura che mi ha aperto le porte su un mondo meraviglioso: le autoproduzioni.

Inizia il 14 marzo l’appuntamento per chi non ne sa niente di fitoalimurgia. I corsi si terranno a Cassano d’Adda, una meta facilmente raggiungibile da Milano anche con i mezzi pubblici e una terra ricchissima di biodiversità. Vi aspetta una bella passeggiata, una merenda, la costruzione di un erbario, la storia delle erbe che incontreremo, come raccogliere, quando non farlo: tutto quello che avreste sempre voluto sapere su quelle piantine che vi accompagnano ogni giorno della vostra vita (ma che ancora non sapere riconoscere). La quota di iscrizione è pari a 50€ e comprende: tre ore di corso all’aperto + merenda selvatica con piatti preparati da me + dispensa con le schede delle principali specie lombarde e una raccolta di ricette + una piccola sorpresa per godervi la gita fuori porta + fattura (ovviamente).

  • Sabato 14 marzo mattina – dalle 9:30 alle 12:30
  • Domenica 22 marzo pomeriggio – dalle 14 alle 17
  • Sabato 28 marzo pomeriggio – dalle 14 alle 17

Volete iscrivervi? Mandatemi una mail a bettitaglietti@gmail.com con oggetto “iscrizione corsi”. Grazie!

Un piatto di erbe – showcooking

Il primo aprile sarò a Cinisello Balsamo, presso Cofò, per uno showcooking a tema selvatico. L’appuntamento fa parte della rassegna Il verde in città: incontri, visite, laboratori organizzato da Passi e Crinali e Oltrespazio. Sono ormai diversi anni che collaboro con la bella realtà di Passi e Crinali e sono molto onorata di far parte anche quest’anno del nutrito gruppo di relatori. Date un’occhiata al programma, ricchissimo e sempre in fermento.

Rimaniamo in contatto!

Per i prossimi appuntamenti, vi ricordo di consultare la pagina CORSI o di contattarmi personalmente a bettitaglietti@gmail.com con oggetto “richiesta informazioni”. Grazie!

incontri

Il corso di cucina naturale a Brescia

Ancora prima che nascessimo il destino, a nostra insaputa, aveva già deciso di farci viaggiare su strade parallele, pronte a incontrarsi. Abbiamo fatto studi universitari simili, ci siamo appassionate allo stesso tipo di cucina (alla quale abbiamo dedicato gran parte della nostra vita) e finalmente ci siamo conosciute (e riconosciute). Era scritto che prima o poi avremmo organizzato insieme dei corsi di cucina naturale e vegetale, e quel momento è arrivato.

La nostra storia ve la racconteremo tra una ricetta, un consiglio e l’immancabile pippone sulle proprietà nutrizionali dei nostri cibi feticcio. Tutto questo avverrà al CORSO DI CUCINA NATURALE che partirà a gennaio 2019 presso il Bistrò popolare di via Industriale 14 a Brescia.

5 lezioni per imparare la base della nutrizione sana, quella che tutte le linee guida raccomandano, comprese quelle per la prevenzione dei tumori e delle loro recidive, e che molto spesso sembra difficile o inapplicabile.

Basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi di origine vegetale è facile, possibile e anche molto goloso. Scopriremo insieme come farlo e perché farlo, ognuno di voi potrà imparare come cambiare ogni giorno le proprie abitudini!


** Gli argomenti, le ricette e le date delle 5 serate saranno **

– 22 gennaio: i cereali senza glutine

Sorgo risottato
Granola di grano saraceno
Sformatino di miglio
Risotto integrale in pentola a pressione

– 29 gennaio: i legumi

Lenticchie beluga con crema rosa
Tempeh croccante
Le magie dell’hummus
Polpette “in scatola”

– 5 febbraio: le verdure crude e cotte di stagione

Cotolette di finocchi
Sugo rosso senza pomodoro
Zucca speziata
I cavoli fermentati

– 12 febbraio: i dolci senza zucchero

Muffin alle carote
Budino di fagioli
Crostata alle mandorle
Dolci al cucchiaio
Un-cheesecake

– 19 febbraio: cucina veloce

La farina di ceci
Le lenticchie rosse
La pasta di legumi
Il tofu

Il corso si svolge dalle 20:30 alle 23

Il ciclo di lezioni è strutturato in 5 incontri, abbiamo pensato anche a dei pacchetti promozionali per chi volesse seguirne più di uno. L’iscrizione è obbligatoria e i posti sono limitati in modo da poter rispondere con cura alle domande di tutti i partecipanti: vi consigliamo di affrettarvi!

COSTI (dispensa inclusa):
– Singola lezione: 40 euro
– Pacchetto 3 lezioni: 110 euro
– Pacchetto 5 lezioni: 180 euro

Per info, iscrizioni e pagamenti scrivere a cucinanaturalebs@gmail.com o chiamare il 3337306624.

Evento facebook: http://www.facebook.com/events/284091242134506/

** Alessandra Zanini è laureata in dietistica e lavora come libera professionista a Brescia. Affiancata alla pratica clinica da dietista svolge attività di divulgazione per la prevenzione e l’educazione alimentare. Per scoprire chi è visita: www.alessandrazanini.com Facebook– Instagram

** Betti Taglietti è dottoressa in Biologia della Nutrizione e Tecniche Erboristiche. Lavora a Milano e si occupa di Food Policy, è foodblogger e divulgatrice di botanica e alimentazione. Per scoprire chi è visita: www.bettitaglietti.com
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primi, ricette

canederli connection

Oh welcome back, sono finite le ferie? Io ho preferito il tepore umido della pianura padana, per stavolta: ho apprezzato un’acqua diffusa nell’aria, anziché vederla concentrata ai miei piedi. Scelte vincenti. Siamo di nuovo in cucina, a guardare mestamente gli irriducibili baluardi che hanno picchettato tutta estate nei pensili. Tipo la semola di grano duro, che è sfuggita alle camole con delle piroette alla matrix. O il pane secco che, nonostante la già citata umidità lombarda, è riuscito comunque a diventare duro come le teste di alcune persone note ai più. Sarà proprio lui il protagonista di questa ricetta talmente estiva, ma talmente estiva, che nonostante i tremila gradi all’ombra l’abbiamo proposta anche alla festa di radio onda d’urto in data ventuno agosto duemiladiciotto. Allego testimonianza fotografica dell’accaduto. Aggiungo anche l’aneddoto della serata, per metterlo agli atti (abbiamo notai in sala?): una signora seduta (casualmente) al tavolo con degli amici, elogia i nostri canederli al punto che la mia amica mi chiama fuori dalla cucina per salutare la cara ammiratrice. La quale, al grido di selfiezzamoci!, mi abbraccia e mi chiede di pigiare il magico tastino per l’istantanea. Chiudo in gloria, applausi scroscianti, si chiude il sipario, fine primo atto.

canederli e selfie anche per la nostra super responsabile di stand (e per un braccio volante)

Insomma ieri, in preda all’entusiasmo che solo un frigo pieno di verdura fresca, bio e a km 0 può darti (specie dopo un’estate in solitaria in cui o cucinavo per ottanta persone o non mi facevo nemmeno bollire l’acqua per il cous cous), mi sono guardata in giro per trovare ispirazione su cosa cucinare. La scena è stata all’incirca la seguente.

Va da sé che l’idea del canederlo ha iniziato a ballarmi in testa. Normalmente faccio riferimento a questa mia vecchia ricetta, di volta in volta reinterpretata a sentimento. Se siete di quelli che hanno bisogno delle dosi al milligrammo, andate a vedere il link; se invece siete per l’anarchia anche in cucina, proseguite senza rimpianti.

Notate la qualità della foto, grazie

Prima di lasciarvi al motivo per cui siete venuti qui, ossia la ricetta (presumo), vorrei salutare il pubblico a casa e dedicare questi lussuriosi gnocchi di pane a due donzelle che oggi compiono gli anni. Le suddette sono state mie talentuose allieve al corso di cucina naturale che ho tenuto in primavera a Cernusco sul Naviglio, e dato che conosco le mie pollastre, so che vorranno la ricetta (edit: Chiara mi ha appena scritto, infatti). That’s why ho scritto canederli connection (ennesimo titolo dal quale non si capisce niente di quel che ho preparato): più vado avanti e più sono convinta che i legami instaurati intorno ai fornelli siano i più speciali. Buon compleanno, ragazze <3

CANEDERLI DI TENERUMI CON MELA RENETTA GRIGIA E CIPOLLA DI TROPEA

Cosa serve:

  • 150 g circa di pane secco
  • brodo vegetale freddo o latte vegetale non dolcificato qb
  • una cipolla di tropea
  • una mela renetta grigia (non perché ammuffita)
  • semola di grano duro o farina integrale di grano tenero o un mix delle due qb
  • 500 g di tenerumi di zucchina (googlateli) o altra verdura in foglia da cuocere
  • olio evo, sale, pepe, noce moscata, vino bianco, salvia e rosmarino
  • panna vegetale qb (facoltativa)

Come si fa:

Tagliate il pane secco a cubetti piccoli, fatevi venire una bella vescica sull’indice e maledite il momento in cui avete scelto di fare questa ricetta. Mettetelo in una ciotola capiente e, mentre mescolate con le mani, aggiungete il brodo finché tutto il pane non si è bagnato, ma senza diventare uno zuppone. Lasciate riposare.

Nel frattempo lavate i tenerumi (o qualsiasi altra foglia verde: erbette, spinaci, borragine) e lessateli in poca acqua salata. Scolateli, strizzateli, frullateli o tritateli finemente.

Tritate mezza cipolla e soffriggetela con poco olio. Se l’avete, una sfumatina di vino bianco ci starà benissimo.

Riprendete il pane: strizzate ed eliminate l’eccesso di brodo, aggiungete le foglie sminuzzate, la cipolla soffritta, il pepe, una valanga di noce moscata e impastate. Aggiungete la semola a cucchiaiate, sempre mescolando: dovrete ottenere un impasto morbido ma che riesca a formare delle palline. Regolate di sale. Lasciate riposare dieci minuti, poi formate le palline: non troppo grosse, fidatevi.

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A questo punto mettete su l’acqua per la cottura e preparate il condimento: affettate la mezza cipolla rimasta sottile, seguendo le nervature. Mondate la mela e tagliatela a mezze fettine spesse 1-2 mm. Rosolate la mela e la cipolla in una padella capiente con olio buono, quindi sfumatele con il vino bianco, aggiungete un trito di salvia e rosmarino freschi (un cucchiaio circa) e allungate con un goccio di panna vegetale.

Quando l’acqua bolle salatela, calate il primo canederlo e vedete come regge la cottura. Se tutto procede per il verso giusto, dopo qualche minuto salirà a galla e voi potrete lanciarlo nella padella del condimento a rosolare. A questo punto assaggiatelo con quel pathos coloniale che solo nelle pubblicità dell’ananas in lattina potete trovare. Avete detto sì? Tuffate gli altri canederli, delicatamente mi raccomando, e proseguite come sopra. Servite con dei semini di papavero e dell’altra noce moscata.